martedì, febbraio 06, 2018

 

Papa Francesco: «Sto pensando a un viaggio in Iraq ma le condizioni non lo permettono»

By Il Messaggero
Franca Giansoldati

Ad un tratto ha preso la parola il vescovo caldeo di Betzabda, Basel Yaldo. «Santo Padre quando è che viene in Iraq a vedere le sofferenze di noi cristiani?» Nel Palazzo Apostolico ieri mattina, subito dopo l'udienza con il presidente turco Erdogan, c'erano i quindici vescovi di rito caldeo provenienti non solo dall'Iraq ma da Egitto, Libano, Iran, Turchia, Stati Uniti e Australia. Un incontro di un'ora e mezzo definito dai presenti «profondo, positivo, utile e libero», convocato per fare il punto sulle difficoltà delle comunità cristiane che da anni si trovano tra l'incudine e il martello, lacerate dall'emigrazione forzata, da anni di persecuzione dell'Isis nelle zone attorno a Mosul, dalla diaspora, dalle difficoltà economiche e da una politica che spesso non tutela le minoranze. Da qui la domanda di monsignor Yaldo. Papa Francesco gli ha risposto che se fosse per lui lo farebbe subito. «Ci stiamo pensando ma le condizioni attualmente non lo permettono».

La delegazione era guidata dal Patriarca Luis Sako che ha illustrato il quadro generale. Prima di Natale Sako intervistato dal Tg2000 ha commentato una inchiesta fatta dalla Ap sulla liberazione di Mosul che ha rivelato il tributo di sangue pagato dagli abitanti della città nord-irachena; con 9-11 mila civili morti per la liberazione dall’Isis. Nei nove mesi, da ottobre 2016 ad agosto scorso, necessari per liberare Mosul, 3200 civili sono morti sotto le bombe e i colpi di mortaio della coalizione a guida Usa, che ha riconosciuto la responsabilità per solo 326 vittime. Altre 3 mila circa sono state trucidate dall’Isis. Mentre di ulteriori 4000 donne, uomini e bambini, uccisi nei quartieri martellati da tutti gli attori in guerra, non è stato possibile stabilire la responsabilità.

«È una cosa terribile – aveva detto il Patriarca cattolico iracheno - Abbiamo seguito questi bombardamenti per la liberazione di Mosul. La responsabilità è di tutti. La prima grande responsabilità è del movimento terrorista Isis, che ha un’ideologia terribile, cieca, ma anche di chi è stato dietro all’Isis, chi l’ha finanziato e fatto entrare nelle città a cacciare la gente. Qui ci sono 3 milioni di rifugiati. La verità è chiara, bisogna solo aprire gli occhi. Tutti sanno la verità».


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