"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

9 novembre 2017

Baghdad, la nuova legge sullo stato civile è ‘simile a quella di Daesh’


Personalità politiche e organizzazioni locali per i diritti umani criticano con forza alcuni emendamenti alla legge sullo stato civile, che rischia di sottomettere il Paese alla sharia. Si tratta degli emendamenti alla legge del 1959 approvata dopo la rivoluzione del 14 luglio 1958, all’epoca del governo di Abdel Karim Kassem e considerata all’epoca una delle leggi più all’avanguardia in materia di diritti della donna e dell’infanzia.
La bozza degli emendamenti è stata approvata “in via di principio” una settimana fa dal Parlamento iracheno, mentre l’opinione pubblica era distratta dalla crisi con il Kurdistan. Secondo alcune personalità, l’Iraq sembra essersi liberato da Daesh, ma la mentalità islamista si diffonde nella legislazione violando i diritti delle donne, dell’infanzia e dei non musulmani (cristiani e sabei in particolare).
Al momento del voto, quindici deputati contrari hanno invano abbandonato l’aula per impedire il raggiungimento del numero legale dei presenti.
La legge del 1959 ha funzionato bene o male per decenni. Nel 2003, per la prima volta, essa è stata messa in discussione dal “Consiglio di Governo” istituito dal liberatore/occupante americano col decreto n. 137 approvato il 29 dicembre 2003. Quel giorno, il Consiglio presieduto da Abdelaziz Al Hakim ha emanato il decreto 137 che nel prima comma sanciva “la necessità di applicare la sharia islamica per quanto riguarda il matrimonio, la dote, i contratti matrimoniali, le eredità, i divorzi, l’affidamento dei figli...”. Il secondo comma sanciva “l’annullamento di ogni legge contraria ai contenuti del primo comma”. Allora il decreto suscitò così tante critiche in Iraq e all’estero che alla fine Paul Bremer dovette annullarlo. Dopo 14 anni gli islamisti iracheni (sunniti e sciiti) tentano ancora di farla passarla.
A prima vista sembra un testo innocente e liberale,  ma nel primo emendamento e nell’ultimo si trovano gli stessi commi 1 e 2 del decreto del 2003. In esso si afferma: “E’ permesso ai soggetti sottoposti a questi giudizi fare richiesta al Tribunale di stato civile competente per far applicare i dettami della sharia inerente allo stato civile secondo la confessione di appartenenza” mentre l’ultimo articolo  il n. 9  (il n. 10 riguarda solo l’entrata in vigore della legge)  riporta che “ Non è applicabile alcuna altra legge in contraddizione con la presente”.
E questo, nonostante l’articolo 41 della Costituzione irachena reciti che “gli iracheni sono liberi di attenersi allo stato civile secondo le loro religioni o confessioni o credo o scelta e questo regolato con una legge”.
In pratica vi è il tentativo di far passare le questioni sullo stato civile agli Awkaf  - come era all’epoca dell’impero ottomano, rendendo i non musulmani cittadini di serie B - oppure ai tribunali religiosi in un Paese dove il secondo articolo della Costituzione predica che
 “ L’Islam è la religione ufficiale dello Stato e fondamentale fonte  di legislazione”.
 Rizan Sheikh Dler, deputata irachena e membro della commissione “Donna, famiglia e infanzia”  afferma: “Si tratta di un disastro per le donne”. E aggiunge: “Applicare questa legge ricorda i comportamenti di Daesh con le ragazze,  quando ha costretto le minorenni a sposarsi con i suoi militanti mentre si trovavano a Mosul ed in Siria”.
Il testo di legge non lo dice, ma ispirandosi alla sharia, diventa legale fissare l’età minima per il matrimonio delle ragazze a 12 anni (identico per le confessioni Jaafarista sciita e per i salafisti sunniti). Alcuni difensori della legge dicono che “i matrimoni con minori avvengono spesso nella vita quotidiana ma non vengono registrati ufficialmente che al raggiungimento dell’età legale”. Altri sottolineano che non si può “vietare il matrimonio con una minore in una società di credenti”.
Un’altra preoccupazione legata all’introduzione del diritto islamico emerge da quanto afferma la deputata Farah El Siraj di Mosul, secondo la quale con la nuova legge “si porta il Paese indietro di 100 anni”, all’epoca dell’Impero Ottomano. “La nuova legge  - dice El Siraj - obbliga la donna divorziata a mantenere la custodia del figlio maschio [solo] fino all’età di due anni” e “alle ragazze è permesso sposarsi all’età di 12 anni” . Per lei, insistere sull’applicazione di questa legge “ è contrario alla legge internazionale ed ai diritti umani... ed è fatta   per accontentare i fanatici religiosi e guadagnare i loro voti”. Per El Siraj questa legge è simile negli effetti “alla legge applicata da Daesh nelle zone recentemente liberate”.
L’attivista democratica Majida Al Jburi vede in essa non solo una violazione dei diritti delle donne e minori, ma anche e soprattutto una discriminazione nei confronti dei non musulmani uomini e donne, quali “il divieto per un non musulmano di ereditare da un musulmano; permettere ai musulmani di ereditare dai non musulmani; i figli considerati musulmani per legge, se hanno un solo genitore musulmano; il divieto ad un non musulmano di avere la custodia del figlio musulmano; il divieto alle musulmane di sposarsi con non musulmani”. Per quanto riguarda la testimonianza, “il rigetto della testimonianza dei non musulmani” e la “non validità di testimonianze fatte da non musulmani in confronto con tesimonianze fatte da un musulmano”, mentre alle donne musulmane “ è del tutto vietato testimoniare eccetto in rari casi”.
Il deputato cristiano iracheno Josef Salyoa ha chiesto al Parlamento di ascoltare la “voce del popolo della strada” e ha condannato il blitz compiuto dal Parlamento per far approvare gli emendamenti nonostante la mancanza di numero legale.
Il pensatore iracheno Abdel Khalek Hussein ritiene la nuova legge “un crimine contro i diritti dell’infanzia” e ha fatto appello a tutte le forze democratiche e laiche del Paese perché uniti firmino una petizione e facciano appello alla Corte Suprema Federale irachena per chiedere l’annullamento della nuova legge perché inconstituzionale.