giovedì, dicembre 01, 2016

 

Is Europe doing enough to protect persecuted Christians?


.- European leaders gathered this week at a conference in Vienna to discuss Christian persecution and its resounding effect on Europe, particularly emphasizing the need to seriously address religious discrimination and genocide around the world.
“The persecution faced by Christians around the world must be recognized and treated by the international community with the seriousness it deserves,” Ellen Fantini, executive director of the Observatory on Intolerance and Discrimination Against Christians, stated Nov. 29.
“The pressure faced by Christians in Europe is much more subtle – what Pope Francis has called ‘polite persecution.’”
The conference, entitled “Embattled: Christians Under Pressure in Europe and Beyond,” drew more than 100 attendees. It was held at the archbishop’s palace in Vienna, with the hope of informing the public, lawmakers and officials of the ongoing threats of religious persecution.
The event was organized by the Observatory on Intolerance and Discrimination Against Christians in partnership with ADF International, Open Doors, Aid to the Church in Need, and Christian Solidarity International, which additional support from the Federalist Society for Law and Public Policy Studies.
In the spotlight at the conference was a North Korean native, Timothy C., who was forced to leave his country or face imminent death because of his religion. Other similar stories surfaced throughout the event, including those of Nigerian Christians killed by Boko Haram.
According to Jan Figel, the EU Special Envoy for Religious Freedom, over 100,000 Christians are killed every year due to religious persecution. Figel underscored the importance of not remaining silent during times of persecution, and pointed to the example of German theologian Dietrich Bonhoeffer.
“Those who do not understand religion and misuse religion cannot understand what is happening in the world,” Figel stated during his opening keynote address.
Figel’s statements were echoed by Swedish MEP Lars Adaktusson, who called the current persecution and killings of religious groups in the Middle East “genocide.”
“We must never hesitate in the defense of religious freedom. In the end, it is about standing up for a value-based foreign policy based on human dignity and human rights,” Adaktusson stated.
The Swedish MEP also spoke of his time in Northern Iraq, saying the evidence of persecution was significant. In the Middle East, Adaktusson noted that he saw “the signs of deliberate destruction and contempt for the beliefs of others,” pointing to destroyed churches, books, and crosses at the hands of the Islamic State.
In addition, Auxiliary Bishop Stephan Turnovszky of Vienna highlighted the marginalization of refugees in Europe, who are “often subjected here to violence, threats, and discrimination on the basis of their Christian faith.”
The conference additionally called into question European governments' role with regard to conscience, freedom of speech, and parental rights, which have been increasingly restrictive and invasive. While the government has enhanced its control, Bishop Turnovszky believes that Europe is failing to protect people because of their religious convictions.
Moving forward, Gudrun Kugler, member of the Vienna Regional Parliament, encouraged individuals to contact public officials in order to raise awareness of religious discrimination, and to start making strides to prevent persecution.
Kugler believes both individuals and organizations should work to “create space for Christians in Europe and to address the atrocities committed against Christians around the world.”

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VIDEO INTERVIEW: “Christians in Iraq needs International Support & Protection for Survival” – Bishop Mar Paulus Benjamin

By Orthodoxy Cognate Page



 Mar Paulus Benjamin, Bishop of the Diocese of the Eastern United States of America for the Assyrian Church of the East has just recently returned from Iraq and tells of what he saw and discusses what he hopes to see develop to help the Christians in Iraq rebuild their churches and, hopefully, their lives.

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Monteduro: tre progetti per aiutare i cristiani perseguitati in Iraq e in Siria


"Mentre giriamo per le nostre città alla ricerca dei regali natalizi abbiamo l’opportunità di pensare anche a chi manca veramente di tutto. Rinunciare a qualcosa del nostro superfluo può rappresentare un’autentica speranza per le comunità cristiane mediorientali.”. 
 Così Alessandro Monteduro, Direttore di ACS-Italia, presenta i tre progetti che la Fondazione pontificia ha scelto fra tanti per affidarli alla generosità dei benefattori italiani. “Anzitutto la Siria. L’inverno tra le montagne può essere estremamente rigido anche ad altitudini minime, e per i rifugiati che vivono in capanne e container i prezzi del gasolio da riscaldamento sono troppo alti. Nei villaggi di Michrefeh, Rable, Ain Hlaquim e altri, nella diocesi di Laocidea, a un’altitudine di 700 metri vivono alcune migliaia di famiglie cristiane. Per 600 di esse, compresi bambini e anziani – prosegue Monteduro -, ACS si è fatta carico dei costi di riscaldamento. Noi chiediamo ai nostri connazionali: volete dare loro una mano?”.
Ma non c’è solo il problema del riscaldamento. “Abbiamo titolato il secondo progetto “Pannolini e latte per 650 bambini” – aggiunge il Direttore ACS-Italia -. “Siamo sempre in Siria. Inizialmente erano 200 i neonati giunti in braccio alle loro mamme, stremate. Molti piangevano per la fame e i dolori. La loro pelle delicata era infiammata. Erano le vittime più indifese della guerra e hanno ricevuto latte e pannolini puliti, solo un primo aiuto. Monsignor Antoine Chbeir, Vescovo maronita di Lattaquié (nord della Siria), ha istituito un’apposita commissione denominata “Pannolini e Latte”, i cui componenti si sono chiesti: quali famiglie ne hanno bisogno? quanti sono i lattanti? dove troviamo i pannolini? e il latte? i biberon? chi può pagare tutto questo?”. Nel frattempo però il loro numero è aumentato. “Siamo arrivati ormai a quota 650. Non hanno altro che le braccia delle loro mamme… La diocesi chiede un aiuto che duri più di un giorno. Anche per questo – afferma Monteduro – ci rivolgiamo alla nostra comunità di benefattori chiedendo loro un sostegno per il nutrimento e per… cambiare i pannolini!”.
L’altra nazione in gravissima difficoltà è l’Iraq, e per essa “ACS intende garantire un nuovo convento a 10 suore scacciate dall’ISIS. Insieme ad altre decine di migliaia di Cristiani queste Figlie del Sacro Cuore di Gesù non hanno più una casa. Il 24 novembre 2014 il loro convento a Mosul è stato distrutto dai miliziani del sedicente Stato Islamico. Da allora – spiega Monteduro -, si sono rifugiate ad Ankawa, un quartiere di Erbil, nel Kurdistan iracheno, come tutti quei Cristiani che, nell’agosto di due anni fa, hanno dovuto abbandonare tutto per fuggire da Daesh. Ad Ankawa la gente può contare su di loro per il sostegno materiale, per l’ascolto e per rimanere cristiana. Queste suore infatti sono anche catechiste, liturgiste, insegnanti del coro, insostituibili collaboratrici nella pastorale. Ora però necessitano di un convento che sarà messo a punto convertendo a questo uso un edificio già esistente.” Anche per questo, conclude Monteduro, “chiediamo a tutti: volete aiutarle a sostenere i costi? Donare ai nostri fratelli Cristiani perseguitati renderà veramente bello e unico il “nostro” Natale!”.

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Cei: 2milioni e 200mila euro a Caritas Giordania per dare ai profughi iracheni “un tetto sicuro”

By SIR

“Sono più di ottomila le famiglie di rifugiati iracheni accolte dalla Caritas in Giordania. Di queste, settecento versano in condizioni di totale indigenza: sono cristiani fuggiti dalla piana di Ninive portando con sé solo ciò che indossavano. Attraverso Caritas-Giordania, la Chiesa italiana ha destinato 2 milioni e 200mila euro, dai fondi dell’8xmille, per garantire a queste persone il pagamento dell’affitto per tutto il 2017”, ne dà notizia una nota stampa della Conferenza episcopale italiana.
“Oltre ad Amman – prosegue il testo -, queste famiglie saranno ospitate a Madbah, Zarqa e Balqa, dove troveranno un minimo di garanzie, in attesa di soluzioni più stabili”. “La somma destinata dalla Cei – conclude la nota – sarà stanziata in due tranche: la seconda sarà versata sulla base della rendicontazione di come sia stata spesa la prima”.

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L'esercito iracheno coinvolge le milizie confessionali nella protezione delle aree sottratte ai jihadisti dello Stato Islamico

By Fides

Le zone della Piana di Ninive, liberate dal controllo dei jihadisti dello Stato Islamico (Daesh) a opera dell'esercito nazionale iracheno, vengono sottoposte a un sistema di sicurezza e auto-difesa che prevede anche il convolgimento delle Unità di protezione armata organizzate su base confessionale, compresi i gruppi composti da cristiani siri e assiri. Lo ha confermato mercoledì 30 novembre il generale Riad Jalal Tawfiq, comandante delle forze di terra dell'esercito iracheno impegnate nella riconquista di Mosul.
Durante una conferenza stampa, il generale iracheno ha riferito che le unità di protezione locale costituitesi su base tribale confessionale (compresi i turkmeni, i cristiani e i membri della minoranza etnico-religiosa Shabak) avranno un ruolo di primo piano anche nella gestione dell'accoglienza e della fornitura di cibo e beni di prima necessità ai profughi che faranno ritorno alle proprie case, nelle aree sottratte al controllo dei miliziani del Daesh.

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Profughi : ricostruire Mosul in convivenza e armonia

Samir Youssef

Ricominciare a vivere lasciandosi alle spalle le violenze delle milizie jihadiste del sedicente Califfato, assistendo “da lontano” alla liberazione di terre, villaggi, città fino alla roccaforte di Mosul. E ancora, ricostruire un progetto di convivenza e armonia - cancellato da anni di guerra e dalla follia dello Stato islamico (SI) - fondandosi sulla ragionevole speranza che solo attraverso pace, riconciliazione, perdono e misericordia si potranno sanare le ferite del passato.
È quanto chiedono i profughi di Mosul e della piana di Ninive, nella seconda parte del racconto/intervista fatto da p. Samir Youssef a quattro capi famiglia in rappresentanza di altrettante fedi ed etnie: si tratta di Zanel, uno yazidi originario di Sinjar; Emad, cristiano di Mosul; Abad, della comunità Sabei di Qaraqosh; Omar Abu Lukman, arabo musulmano di Sinjar. 
P. Samir è parroco della diocesi di Zakho e Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno abbandonato le loro case e le terre per sfuggire ai jihadisti. Il sacerdote è in prima linea dall’estate del 2014, quando è iniziata l’emergenza.
Da questa esperienza di dolore e di sofferenza, racconta p. Samir, dobbiamo trarre un insegnamento, senza permettere che il male possa portare delle divisioni fra noi. L’estremismo, il fanatismo sono un male per tutti noi, nessuno è rimasto escluso dalle violenze perpetrate in questi anni in nome del “fanatismo islamico”. E Dio solo può sanarci ed essere fonte di salvezza fra noi. 
L’Iraq è il cuore del mondo e se noi non saremo in grado di vivere assieme, anche nel resto del mondo sarà difficile un percorso di convivenza. Senza la pace in Iraq, anche il mondo non avrà tranquillità. Da questa esperienza dobbiamo uscire ancora più forti e diffondere il messaggio di pace e fraternità nel mondo.
Con lui e con i vescovi irakeni, AsiaNews vuole rilanciare la campagna "Adotta un cristiano di Mosul" in occasione del Natale per aiutarli ad avere cherosene, scarpe, vestiti per l’inverno, sostegno per la scuola ai bambini.
Di seguito, la seconda parte delle testimonianze e dei racconti (clicca qui per leggere la prima parte dell’intervista). Per guardare i video delle interviste cliccare su titolo del post.

Che prospettive vede per la vostra terra? Siete in attesa della liberazione?
Zaenl: Noi tutti lo speriamo. Stiamo assistendo [da lontano] alle battaglie e speriamo che presto potremo tornare nelle nostre terre. Non c’è nessuno che non ami la propria terra. 
Emad: Noi stiamo aspettando la liberazione, guardiamo lo svolgersi della battaglia in televisione, seguiamo le notizie. Vogliamo tornare, perché questa è la nostra terra e la terra dei nostri padri, i quali hanno versato il sangue per questa terra. e certo che sì, ci sentiamo male vedendo tutte le nostre chiese e le nostre case bruciate e distrutte, ma siamo pronti a ricostruire tutto di nuovo. Io amo la mia terra. 
Abas: Io sono collegato e comunico con alcune persone tramite il telefono, e che vivono in prima persona i combattimenti. Spero proprio di poter tornare, e di ricominciare a vivere insieme di nuovo. 
Omar Abu Lukman: P. Samir, tu come i musulmani stai aspettando che le terre siamo liberate e che si possa ricominciare una vita nuova. I musulmani che hanno ucciso delle persone hanno sbagliato e saranno puniti per questo. Ma con gli altri, si può ricominciare a vivere insieme. Impariamo dalla storia, dal passato. Perché noi come credenti dobbiamo confidare nella misericordia, nell’amore. Torneremo a vivere insieme, ricominceremo a farlo, e se Dio vuole [inshallah] la nostra terra sarà liberata, e diventeremo fratelli, mettendo alle spalle il passato. Apriremo una nuova pagina, ci perdoneremo l’un l’altro e chiederemo il perdono di tutti voi. E chiediamo a Dio di perdonare noi tutti.

Dalle vostre informazioni com’è la situazione nelle zone liberate, ad esempio Sinjar? 

Zaenl: Le foto che arrivano sono brutte e fanno male. I templi di preghiera, le chiese, le scuole, gli ospedali, quasi tutto a Sinjar è andato distrutto. I danni non si contano solo in città, ma anche in quasi tutti i 20 villaggi che la circondano. Sono andato di persona e ho visto la mia casa distrutta. Lo Stato islamico ha anche costruito molti tunnel sotto la città. 
Emad: Abbiamo guardato con molta tristezza le foto delle nostre chiese bruciate a Basheqa e Mosul; la nostra casa di famiglia a Basheqa è stata svaligiata e depredata. Hanno bruciato tutto.  
Abas: Sono andato a Qaraqosh e mi sono sentito male, tutto era distrutto, i nostri templi di preghiera, le chiese, il sanatorio di Santa Barbara che è amato da tutti, e l’ospedale. Ci sono molti tunnel sotto la città. Le immagini ci hanno colpito, ma speriamo anche che tutto si potrà ricostruire. Ho girato a lungo Qaraqosh, ma non ho potuto rivedere la mia casa perché è stata distrutta. Piangevo mentre osservavo le devastazioni. 
Omar Abu Lukman: Io la mia casa ho potuto rivederla ancora. Era lì, come le altre, fatta con la nostra terra.

Cosa ti aspetti per il futuro? Si può tornare a vivere insieme?

Zaenl
: È quello che speriamo, soprattutto per noi yazidi di Sinjar, che abbiamo sofferto molto. Abbiamo contato più di 9mila persone fra ostaggi e uccisi, molti dei quali bambini, donne, ragazze usate come strumento del sesso. [A questo punto p. Samir ricorda le parole del papa in tema di misericordia, perdono, riconciliazione e l’Anno giubilare da poco concluso]. Certo, solo in questo è riposta la nostra speranza, solo il Signore ci potrà aiutare. 
Emad: Ho sperato molto quando ho visto mettere di nuovo la croce sulla torre della chiesa a Basheqa, dopo che lo Stato islamico aveva distrutto la vecchia croce. Ho sentito una grande gioia, quando ho visto i nostri sacerdoti pregare dentro la chiesa di nuovo, dopo due anni e mezzo. Una tragedia che era già successa 100 anni fa, quando ci hanno ammazzato e cacciato via. Ma noi siamo tornati e abbiamo ricominciato di nuovo. 
Abas: Come dice lei abouna [padre, in arabo, riferito a p. Samir] noi crediamo che si possa vivere solo nell’amore e solo l’amore può vincere. Il mondo senza l’amore non ha senso. E noi speriamo che si possa cancellare tutto questo passato e ricominciare di nuovo. 
Omar Abu Lukman: Certo che si può ricominciare, questa è la nostra speranza. E grazie a voi perché ci avete fatto credere in questo linguaggio dell’amore. Perché i nostri uomini, e i nostri leader, non usano queste parole, non hanno questo linguaggio.

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mercoledì, novembre 30, 2016

 

Itinerant Chaldean priest gives hope to Iraqi Christian refugees in Turkey

By Crux

Holding a golden chalice and paten with a single hand, Father Remzi Diril slowly moved from one person to another, distributing the Eucharist. He reached for a consecrated host, dipped it in the chalice, and gave it to a woman in her 40s, whose head was covered with a veil.
With chants in the background and incense filling the air, the moment inspired reverence. Yet the Mass was not in a church; it was in an apartment in Kirsehir, a small, conservative city in the heart of Turkey, a Muslim-majority country.
Being the only Chaldean Catholic priest in charge of pastoral work in Turkey, Father Adday, as he is known, has become a true itinerant priest, a road warrior who, each year, logs thousands of miles tending his flock, the community of Iraqi Christian refugees in Turkey. Their exact number is unknown, but it is estimated to be 40,000.
Since he was ordained two years ago, Adday, 34, has baptized more than 200 children, married more than 20 couples and administered the last rites to more than 30 people.
He also is on his fifth suitcase.
“So far this year we have celebrated first Communion for more than 100 children. And last year it was more than 150,” he said.
On a recent hourlong flight from his base in Istanbul to Nevsehir, a city in central Turkey, Adday sat comfortably in the emergency exit row of a plane from a low-cost airline. There is more legroom here,” Adday said; his eyes locked on the airline’s magazine crossword.
The trip’s cost is an important factor considering that the church is not able to reimburse his expenses. That only happens when there is an official function or religious festival. More often it is the priest, or the families he visits, who pay for the trip.
“It is easier for them to help me with my travel expenses than to pay, for a family of 10, for a trip to Istanbul,” Adday explained.
Once he arrives at his destination, the priest relies on a support network who connects him to the local community of Iraqi Christians.
From Nevsehir, Adday took a 60-mile bus ride to Kirsehir, where he met Adnan Barbar and his wife, Faten Somo. This was the priest’s eighth time in the city.
“This is my family in Kirsehir. In every city, I have a family. Sometimes more than one,” he said.
The couple acts as Adday’s local liaison. After welcoming the priest to their apartment with the customary tea and sweets, Barbar and Somo got on their cellphones. They were familiar with the city’s 225 Iraqi Christian families, and they were assembling the priest’s itinerary.
This area of Turkey is a pivotal place in the history of Christianity. Early Christians came here escaping persecution in the Roman Empire. Remains of the churches they built can still be visited today.
However, no Catholic churches function in this part of the country. And when Adday visits, Mass is celebrated in homes, as the early Christians also did.
Celebrating Mass in a public hall would allow more people to attend, but renting a hall costs about $900, which can be better spent traveling to visit more families.
On average, 10 families are invited to each Mass, and 30 people attend. The smaller Mass allows for an experience different from the one felt in a church.
“A Mass in a house is more like a family. Father and children sharing the glory of God,” Adday said. “I would say it is like watching a film in a movie theater versus watching it at home with your family.”
After this Mass, the priest visited Marta Kiryakos, a woman from Bartella, Iraq, suffering from cancer. Her daughter, Nadira, opened the door of the bedroom, crying, worried about her mother’s health. Kiryakos’ condition is delicate, and the priest prayed for several minutes as he anointed her temples and forehead with oils.
Many of the people Father Adday visits have spent several years in Turkey, waiting for an answer to their asylum applications to countries such as Australia, Canada and the United States. The process is long, and this time in limbo has caused many people physical and psychological problems.
“People need spiritual help. They need a priest. They want the church with them. I can’t give them material things, but I can give them my time and give them hope,” the priest said.
Adday and the Iraqi refugees he serves are Assyrian, an ethnic group from the Middle East. Their language - Assyrian - is related to the language Jesus spoke, Aramaic.
But their connection is not only the ethnic group and language. When Adday was a child, his village in southeast Turkey was burned during the Kurdish-Turkish conflict. He and his family had to move to Istanbul.
That is another reason that keeps Adday on the road with the people. “When you leave your sheep in the mountain, you don’t know what will happen to them. But when you are with them it is different. You can show them where the water is; where there is a good place to stay. They are like children waiting for their father,” he said.
After two intense days and one night in Kirsehir, Adday prepared to return to Istanbul. He celebrated five Masses and visited multiple families, but he said he was not tired.
“I hope that my visits allow them to become more spiritual and in touch with the church, and to refresh their belief in Jesus. Every Christian needs to refresh his spiritual life,” he said.
“I also hope to give them hope and remind them…that God makes miracles, and for that they need to believe. I tell them let God do the working for you. He is our Father and he wants the best for you,” Adday said.

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Nuovo visitatore apostolico in Europa per la chiesa caldea

By Baghdadhope*
Fonte: Patriarcato caldeo

Mons. Ramzi Garmou
Mons. Saad Sirop Hanna
Con una lettera di sincero apprezzamento per il suo operato il patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael I° Sako, ha ufficializzato la fine del mandato come Visitatore Apostolico per l'Europa di Mons. Ramzi Garmou, arcivescovo di Tehran dal 1999 e delegato per il Vecchio Continente dal 2013.
A sostituirlo nel delicato compito di rappresentare i valori ed i bisogni dei sempre più numerosi caldei residenti in Europa sarà Mons. Saad Sirop Hanna,
dal 2014 Vescovo titolare di Hirta e Vescovo di curia patriarcale. 

Mons. Sirop  è nato a Baghdad il 6 settembre 1972. Entrato in seminario nel 1995 si trasferì a Roma per completare gli studi di Teologia presso la Pontificia Università Urbaniana. Nel 2003 ottenne la laurea in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e nel 2008 il dottorato nella stessa materia. Parroco, direttore del Babel College, l'unica facoltà teologica cristiana in Iraq, padre spirituale presso il Seminario Maggiore Mons. Sirop fu nominato Vescovo titolare di Hirta e Vescovo di curia patriarcale nel 2014.    

Bollettino Sala Stampa Santa Sede




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Qaraqosh, la vergogna del Daesh e di chi l’ha creato

By Città Nuova
Michele Zanzucchi

Abuna Georges. Vado a Qaraqosh con abuna Georges, prete siro-cattolico, e i volontari della sua Chiesa, quasi tutti sfollati da Qaraqosh nel quartiere cristiano di Erbil, Ankawa. Vogliono documentare sistematicamente gli scempi compiuti dal Daesh, per chiedere riparazione ma anche per documentare un «tentativo di genocidio», come qualcuno di loro sostiene. Armati di macchine fotografiche e di piantine create da loro stessi (da queste parti non ci sono rilevazioni attendibili), visitano tutte le seimila abitazioni della città cristiana a 50 km da Erbil e 25 da Mosul. Il Daesh se n’è andato da poche settimane, dopo più di due anni d’occupazione.
 
Eserciti. Appena lasciata Erbil cominciano i posti di blocco. Ne conterò alla fine più di dieci, più o meno significativi, più o meno complicati da superare. Incontro tre eserciti-milizie: quello curdo, quello iracheno e quello cristiano. Per il momento uniti nella necessità di liberare il territorio dal Daesh. Il futuro non è così semplice come potrebbe sembrare: cosa succederà quando si dovrà tornare nelle case? I cristiani saranno protetti? Le loro attività potranno svolgersi regolarmente? Saranno abbastanza da ripopolare la città di Qaraqosh dopo i tanti esili volontari?
 
Boati. Arriviamo a Qaraqosh che appare subito una città spettrale. Deserto, qualche soldato fa capolino qua e là, sparute macchine di abitanti che vogliono controllare lo stato delle loro case. Non una sola abitazione appare indenne: quasi la metà ha subito incendi, le altre danneggiamenti quasi sempre tali da impedire di essere abitate se non dopo radicali ristrutturazioni. In lontananza si odono i boati della guerra che infuria a 25 chilometri da qui, a Mosul. Ogni tanto si odono spari ravvicinati, chissà, inquietanti. Dense colonne di fumo si alzano da tutta la città. Ogni tanto passano blindati e mezzi militari scoppiettanti.
 
Le vie e le case. Per quattro ore seguo abuna Georges su e giù per le stradine della città cristiana. Entriamo in tante case, ovunque lo stesso odore di morte. A volte mi chiedo chi mai abbia potuto escogitare tanta fantasia distruttrice. L’accanimento a volte si è rivolto contro le pentole di casa, altre volte contro gli infissi, o i vetri, o i gradini, o i divani… La pazzesca avventura del Daesh ha qualcosa di mostruoso. Anche perché figlio illegittimo di troppi attori nello scenario mediorientale. Chi è innocente nel consesso internazionale alzi la mano.
 
Le scritte. Un po’ ovunque si vedono scritte inneggianti allo Stato islamico, volte ad affermare una supremazia che non poteva aver altra energia che la forza bruta. «Lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria permane e si espande», è scritto dinanzi alla chiesa siro-ortodossa di San Giorgio, il cui campanile sta su per miracolo. Era proprio sulla line del confine tra forze irachene e del Daesh, poco è rimasto in piedi. Ma scrivono anche i cristiani: «Qui dentro c’erano 5 tonnellate di grano che sono state rubate dall’Isis».
 
Il sindaco. Incontriamo il sindaco in tuta mimetica. È accompagnato da tre statunitensi, il capo è tutto in nero, con giubbetto antiproiettile d’ordinanza. I “consiglieri militari” a stelle e strisce sono più di quanti non ci si immagini. Da Erbil a Qaraqosh ho visto coi miei occhi almeno tre basi Usa. Il sindaco lamenta lo stato penoso delle infrastrutture pubbliche che sta ispezionando con l’uomo in nero. Delle case private e delle chiese, invece, ci sono solo i cristiani ad occuparsene.
 
Il papà sotto il fico. Incontriamo due uomini, uno abita a Londra e l’altro a Stoccarda. Hanno appena trovato i resti del padre sotto il fico del loro giardino. I miliziani del califfato l’avevano sepolto solo per evitare che imputridisse all’aria aperta. Domani faranno i funerali. Aveva 73 anni, non aveva voluto andarsene, «non saprei dove vivere altrove», s’era giustificato con moglie e figli. In qualche modo è uno dei martiri di Qaraqosh.
 
Le chiese profanate. Visito cinque chiese assieme ad abuna Georges. Una peggio dell’altra. Ne riparlerò, perché l’accanimento del Daesh contro i simboli del cristianesimo fa spavento. Più il Cristo che la Madonna, in ogni caso. Croci vecchie e nuove, piccole e grandi, in qualsiasi materiale, sono state spezzate, divelte, abbattute. Ma erano talmente tante che i miliziani del Daesh non sono riusciti a cancellare il simbolo del dolore redento.
 
Diabolica presenza. Confesso di sentirmi accompagnato per tutte le quattro ore del mio giro per la città distrutta. Una presenza inquietante, che non è riconducibile ai boati che si sentono in lontananza, o alle pire nere che si innalzano qua e là. Una presenza sorda e muta, ma evidentissima. Tutto è distruzione, tutto è divisione, tutto parla di separazione. Diabolica presenza, colui che divide.
 
Capisco, ma… Capisco allora l’odio che avverto nelle parole di tanti cristiani, che esplicitamente dicono di considerare tutti i musulmani come colpevoli degli eccessi inescusabili del Daesh. Il loro desiderio di tornare a Qaraqosh è irretito nelle maglie della paura. Capisco il loro astio, la difficoltà emotiva e razionale di accettare gli insopportabili vicini. Capisco, capisco, capisco. Ma non posso accettare completamente l’idea che sia impossibile convivere. Se non si conviverà, semplicemente i cristiani spariranno da queste terre.
 
«Grazie a Dio». Davanti alla chiesa di san Giovanni Battista due uomini si avvicinano e ci mostrano le case distrutte. Uno di loro l’aveva costruita in 12 anni di duro lavoro e l’aveva abitata solo per tre mesi prima di dover fuggire dinanzi all’invasione degli uomini in nero. Sulla sua bocca appare un suono strozzato, che abuna Georges mi traduce: «Grazie a Dio». Non mi è dato di capire a cosa si riferiva quell’uomo, se alla grazia di essere ancora vivo, alla grazia di poter ricominciare una vita, a chissà cosa d’altro. Ma sono parole che suonano più vere di tutte le distruzioni che ho visto.

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Iraq. A Mosul cartelli: chi ha visto la piccola Christina?


Chi ha visto Christina? La foto della piccola Christina Ezzo Ebada, 3 anni, irachena, è affissa sul muro vicino a un campo profughi nei pressi di Mosul. La famiglia, originaria della cristiana Qaraqosh, la cerca da oltre due anni (oggi la bimba ne avrebbe 5), da quando i jihadisti del Daesh la strapparono alla madre mentre questa veniva deportata con gli ultimi cristiani rimasti nella cittadina. Madre e padre sono vivi, per quanto segnati dalla sofferenza e dalla malattia (il padre è cieco). Ma della figlia più piccola (gli altri erano stati prudentemente fatti partire) nessuna notizia. Ora che Qaraqosh è stata liberata, e la riconquista di Mosul sembra vicina, la famiglia riprende a sperare.
Il caso di Christina è diverso dagli altri. Il Daesh ha ucciso, sterminato, saccheggiato, stuprato. Profanato. Mai però ha rapito bambini cristiani. L'odio razzista degli estremisti sunniti si è accanito contro la minoranza etnica e religiosa degli yazidi, per i quali si può parlare di vero genocidio. I cristiani sono stati perseguitati, è vero, ma non hanno mai subito il rapimento dei figli. Quando il Daesh conquistava una cittadina, in particolare nella piana di Ninive che conta molte cittadine cristiane, erano costretti ad andarsene abbandonando ogni loro avere oppure a convertirsi pena il pagamento di una pesante tassa. A Mosul le loro case erano state segnate con la "N" di "nazareni". 
Quello che è successo a Christina è diverso: la piccola è stata improvvisamente strappata dalle braccia della madre Aida Nuh. È accaduto il 22 agosto 2014 mentre la donna veniva costretta a salire su un pullman, dai finestrini oscurati col fango, con una ventina di altri cristiani, gli ultimi rimasti a Qaraqosh. Inutili le grida e la resistenza della donna. Gli adulti vennero portati in una località remota, lontano dalla città. Ma sono ancora vivi.
Nei giorni seguenti la famiglia riuscì a telefonare a conoscenti arabi vicini agli ambienti jihadisti. Li rassicurarono affermando che la bambina si trovava "in mani sicure, affidata a una famiglia". Poi più nulla. Costretta a crescere nell'estremismo islamico? Finita in un orfanotrofio del Daesh? I sospetti si rincorrono, né smentiti né confermati. Non è chiaro perché la piccola sia stata rapita, né dove fu portata.
Quando la scorsa settimana i genitori di Christina sono finalmente tornati a Qaraqosh, dopo oltre due anni, il padre cieco ha avuto un soprassalto e ha fatto fermare l'auto: gli era sembrato di sentire una voce. "Ho sentito 'papa, papa!'" racconta al giornalista dell'agenzia Reuters che in un campo profughi di Erbil ha raccolto questa storia. "Ho chiamato: 'Christina! Christina!', ma non mi ha risposto".

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Profughi di Mosul: l’amore e l’accoglienza della Chiesa contro la follia dell’Isis

Samir Youssef

P. Samir ha raccolto le testimonianze di quattro capi famiglia, fuggiti nel 2014 con l’arrivo dello Stato islamico. Cristiani, yazidi, sabei e arabi musulmani raccontano le violenze jihadiste le difficoltà dell’esilio, insieme alle speranze per la liberazione di Mosul. L’aiuto “amorevole” della Chiesa e della comunità cristiana una risposta alla violenza jihadista. Prima parte.

Dolore e sofferenza ricordando i drammatici momenti della fuga, in seguito all’avanzata dei miliziani dello Stato islamico (SI, ex Isis) a Mosul e nella piana di Ninive. Le case cristiane marchiate dai jihadisti, i parenti lasciati alle spalle a morire, soldi e beni espropriati. Ma, al tempo stesso, un desiderio di ricominciare a vivere, nutrito dalla ragionevole speranza offerta dalla Chiesa che ha saputo accogliere “con molto amore” e “non ci ha fatto mancare nulla”. 
Sono le testimonianze raccolte da p. Samir Youssef, un dialogo sotto forma di intervista con quattro rifugiati in rappresentanza di altrettante fedi ed etnie: si tratta di Zaenl, uno yazidi originario di Sinjar; Emad, cristiano di Mosul; Abad, della comunità dei Sabei di Qaraqosh; Omar Abu Lukman, arabo musulmano di Sinjar. 
P. Samir è parroco della diocesi di Zakho e Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno abbandonato le loro case e le loro terre per sfuggire ai jihadisti. Il sacerdote è in prima linea sin dall’estate del 2014, da quando è iniziata l’emergenza. Con lui  econ i vescovi irakeni, AsiaNews vuole rilanciare la campagna "Adotta un cristiano di Mosul" in occasione del Natale per aiutarli ad avere cherosene, scarpe, vestiti per l'inverno,  sostegno per la scuola ai bambini.
Di seguito, la prima parte delle testimonianze e dei racconti
(per guardare i video delle interviste cliccare su titolo del post).
P. Samir: Partiamo dall’inizio, dall’arrivo dello Stato islamico. Puoi raccontare come e perché sei fuggito?  
Zaenl: In un primo momento avevamo cercato rifugio sulla montagna di Sinjar, dove siamo rimasti per un certo periodo. Poi il 3 agosto 2014 abbiamo deciso di andarcene, per una strada molto difficile e tortuosa. Mio fratello, portatore di handicap, è morto sulla montagna, perché non ho potuto portarlo più con me avendo già mia madre anziana, e i miei bambini da trasportare. Eravamo seduti per riposare, per cercare di riprendere fiato e sono arrivati all’improvviso gli uomini dello Stato islamico. Per questo ho dovuto lasciare mio fratello e ho portato mia mamma, mentre mia moglie si occupava dei bambini. In seguito abbiamo saputo che mio fratello era morto. E dopo qualche giorno siamo arrivati a Enishke. 
Emad: Era il 30 giugno 2014 quanto i miliziani dello Stato islamico sono entrati nella città di Mosul. All’inizio non hanno fatto niente, ma dopo 20 giorni hanno iniziato a scrivere sui muri delle nostre case la lettera “N” (ن), iniziale di “nazareno”, ovvero cristiano e con questo ci hanno costretto a scappare. Siamo uscito con la nostra macchina e, poco prima di abbandonare la città, vicino alla zona di Shalalat, alcuni miliziani dell’Isis ci hanno fermato e ci hanno fatto scendere dalla macchina. Eravamo io, mia moglie e le mie due figlie. Hanno preso la macchina, i nostri soldi e l’oro e ci hanno abbandonato sulla strada. Ci hanno anche minacciato, dicendo che se non avessimo consegnato i soldi avrebbero preso le figlie. Poi, abbiamo iniziato a camminare, preso un taxi che ci ha portato fino a Bashiqa, quindi a Qaraqosh, a seguire Duhok, infine Enishke. Grazie [alla Chiesa] che ci avete dato una casa. 
Abas: Era la mezzanotte del 6 agosto 2014 quando siamo scappati da Qaraqosh, senza poter portare nulla con noi. Pensavo di poter tornare dopo qualche giorno, ma non è stato così. Siamo arrivati vicino a Erbil e vi era molta gente, tutti scappavano dall’Isis. Dopo alcune ore siamo riusciti a entrare a Erbil, ma la situazione era molto difficile, gli hotel erano pieni. Alla fine abbiamo trovato un hotel, ma dopo alcuni giorni i nostri soldi erano finiti. In seguito, tramite un amico che ci ha aiutato, siamo riusciti ad arrivare qui a Enishke, e vi vogliamo ringraziare ancora per averci accolto. La Chiesa e la gente del villaggio ci hanno davvero accolto con molto affetto.
Omar Abu Lukman: Io e la mia famiglia, le mie figlie sposate e loro mariti, eravamo in tutto 18 persone. L’8 agosto 2014 siamo scappati da Sinjar, non abbiamo voluto collaborare con loro. Sulla via della fuga alcuni miliziani dell’Isis ci hanno fermato e hanno preso mio figlio e mio nipote. Un mese più tardi abbiamo saputo che mio nipote stava male ed è morto; mio figlio, invece, è stato ucciso. Siamo rimasti nel deserto e abbiamo passato lì la prima notte di fuga. Il giorno seguente abbiamo percorso a piedi un lungo tratto, fino a che non ci siamo imbattuti in una macchina. Il guidatore ha accettato di darci un passaggio, dopo che gli abbiamo pagato un milione e mezzo di dinari (circa 1200 dollari), solo per portarci a Badreke, vicino a Duhok. E poi siamo arrivati sin qui. 

P. Samir: Come avete trascorsi questi due anni e mezzo e quali sono le maggiori difficoltà incontrate? E la Chiesa vi ha accolto bene?
Zaenl: La Chiesa ci ha accolto con molto amore, non ci ha fatto mancare nulla. Voi, e tutte le altre organizzazioni umanitarie, i vostri amici. Dopo che abbiamo perso tutto, voi ci avete donato tutto quello di cui avevamo bisogno, ci avete dato la speranza. Abbiamo ricominciato a credere che c’era speranza nella vita.
Emad:
Quando siamo arrivati eravamo disperati, ma grazie all’incontro con padre Samir abbiamo trovato un luogo per dormire, una casa. Dal primo giorno la Chiesa ci ha dato da mangiare, da vestire, ci ha fatto sentire bene. Avevo paura per le mie figlie, ma ci avete garantito la sicurezza; sentiamo davvero la pace e l’amore nei nostri riguardi. E voi state continuando ad aiutarci.
Abas
: Parlo non solo a nome mio, ma a nome di tutte queste 400 famiglie di profughi che stanno qui e dico la verità quando affermo che la Chiesa locale, assieme alla comunità cristiana di Enishke, hanno fatto una cosa indimenticabile, storica. Non ci scorderemo mai di tutto quello che avete fatto e che state facendo per noi. Solo la Chiesa si prende cura di noi, e nessun altro.
Omar Abu Lukman
: Da oltre due anni e mezzo, dopo tante sofferenze, ci avere accolto. Lo Stato islamico ha cercato di separarci, ma voi ci avere unito. Non avete fatto differenze fra cristiani, musulmani, yazidi. Non ci avete fatto mancare nulla. Abbiamo sentito e vissuto la fraternità e l’amore. Ci avete fatto credere e comprendere il vostro amore. Avete diviso il vostro pane con noi. Che Dio vi ricompensi. 

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La breve vita di Malaak disegnata sulla sua tunica. A Zarqa, tra i rifugiati e profughi cristiani, si rinnova il sogno di Don Orione

By SIR
Daniele Rocchi

Foto SIR
Una vita ricamata in pochi centimetri di stoffa colorata. Pochi quanto i suoi anni vissuti. Cinque. Si chiamava Malaak, il suo nome vuol dire “Angelo”, veniva da Qaraqosh, il più grande villaggio cristiano della Piana di Ninive. Fuggita, in braccio ai genitori e ai suoi tre fratelli, dai tagliagole dello Stato Islamico dopo l’invasione di Mosul (10-17 giugno 2014) e degli altri villaggi della Piana (nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014). A raccontare la sua storia è il religioso orionino Hani Al-Jameel, iracheno, parroco della parrocchia “Maria Regina della Pace” a Zarqa (Giordania). Anche lui di Qaraqosh. Dallo scoppio della guerra in Siria e in Iraq la chiesa, con l’attiguo centro “San Giuseppe”, è diventata un tetto per tante famiglie di profughi e rifugiati, grazie anche alla Conferenza episcopale italiana (Cei) che qui finanzia diversi progetti di solidarietà con i fondi dell’8×1000. Da qui è passata anche Malaak, prima di intraprendere l’ultimo viaggio quello che l’avrebbe dovuta condurre dalla Turchia alla Grecia, Paese che non ha mai raggiunto.
Il barcone su cui si trovava con la sua famiglia, infatti, si è inabissato nelle acque del Mediterraneo. Scampata alla furia di Daesh, morta sulla via che doveva condurla alla salvezza. Lei e la sua famiglia. Nessun superstite. 

La tunica di Malaak. 
Ora il suo volto, con i grandi occhi azzurro-verdi, incastonato in un caschetto di capelli rossicci, si trova rappresentato nel grande affresco dietro l’altare della chiesa di padre Hani, insieme a quelli di bambini di altri Paesi. “È il sogno di don Orione – spiega il parroco ad un gruppo di giornalisti della Fisc, la Federazione che riunisce i settimanali diocesani, giunti a Zarqa con il viaggio Fisc-8×1000 “Senza frontiere” – avuto dal santo quando era ventenne e ancora seminarista.  Davanti al rischio di chiudere il suo oratorio a Tortona, don Orione chiese alla Madonna di non abbandonarlo e di salvare lui e i suoi giovani orfani. Quella stessa notte, la Madonna gli apparve in sogno con il manto celeste che si stendeva su tanti ragazzi di diversi colori. La protezione di Maria ieri come oggi”.
Padre Hani è certo: la piccola Malaak ora riposa sotto il manto di Maria. “L’affresco è opera di un profugo iracheno di Mosul – ricorda il parroco -. Mentre lo realizzava è stato raggiunto dalla notizia che la sua richiesta di visto di espatrio per l’Australia era stata accettata. Prima di lasciare Zarqa per Sidney, ha voluto completare la sua opera ritraendo anche la piccola Malaak, dipingendone la storia sulla tunica colorata”.

Il piccolo abito mostra nel punto più basso il tempo della gioia, i girotondi con gli amici a Qaraqosh, la chiesa illuminata dal sole. Poco più sopra l’arrivo di Daesh, la croce della Chiesa divelta e i corpi delle persone uccise a terra. Una fila di fiori separa questa immagine da quella della fuga su un barcone stracolmo di profughi ed infine, all’altezza del cuore, l’immagine di un piccolo angelo che sale al cielo per abbracciare la Croce del martirio. In mano la piccola Malaak tiene una palma, la pace e il martirio in un unico simbolo”.

Un destino tragico che accomuna tanti iracheni e siriani, non solo cristiani. A Zarqa, padre Hani, con i suoi confratelli della Fondazione don Orione, cerca di dare loro assistenza e conforto. Almeno fino all’arrivo dell’agognato visto di espatrio per gli Usa, il Canada e soprattutto per l’Australia. Nessuno ha intenzione di ritornare in Iraq o in Siria. Nel centro “San Giuseppe” vige il motto “A chi bussa alla tua porta non chiedere chi sei, ma di cosa hai bisogno”. 
Alla persecuzione nei confronti dei cristiani e di coloro che si oppongono ai fondamentalisti, le risposte sono due, dice con un sorriso il parroco iracheno, “la carità e la misericordia”.
Nel piazzale del centro intanto si radunano gli alunni della scuola: 580 ragazzi, dei quali solo 120 di fede cristiana. Tra questi anche giovani iracheni rifugiati. Per loro la Cei e gli orionini portano avanti un progetto di educazione e sviluppo che prevede anche laboratori di meccanica, di falegnameria e di scuola alberghiera. La cucina della scuola viene usata anche dalle 9 famiglie di profughi iracheni, ospitate nel centro. Passano il tempo ad aspettare un visto che sembra non arrivare mai. Come Majeed Al Janaf e Nisreen Zaki, marito e moglie, di Qaraqosh. Prima dell’arrivo di Daesh una vita tranquilla. “Vivevamo con il mio lavoro di riparatore di televisioni. Poi le minacce per farci convertire all’Islam.

Fuggendo via ho rinunciato a tutto, ma non alla mia fede.
Nessuno dei 150 mila cristiani fuggiti in quei giorni si è convertito. Oggi aspetto di emigrare con la mia famiglia. Spero che i miei figli possano lasciarsi dietro il ricordo tragico di Daesh e superare i problemi psicologici che purtroppo ora hanno”.
Poco distante Ranna Sabah Shema, giovane madre di Mosul, annuisce. Seduta sul letto della sua piccola stanza, con in braccio il figlio, non vuole ricordare quei giorni e inveisce contro Daesh. Anche Ranna, come tutti al Centro di Zarqa, vuole partire. 
Padre Hani li guarda e rivela: “su tutti quelli che accogliamo chiediamo che scenda il manto celeste di Maria, come nel sogno di don Orione, affinché trovino salvezza e un futuro migliore. Nessuno più deve piangere la perdita di un Angelo”

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martedì, novembre 29, 2016

 

Ransacked homes and little hope for returning Iraqi Christians

By Reuters
Isabel Coles

A strip of negatives lying in the rubble of a home in northern Iraq contains snapshots of life as it was before Islamic State overran the area two years ago and purged its Christian community.  
In some of the frames, a woman barbecues meat on a skewer surrounded by friends or family, perhaps celebrating a birthday or engagement. Others show a man scaling a ladder propped against the wall of a house under construction.
Those images stand in contrast to the devastation that is now Qaraqosh - Iraq's biggest Christian settlement before militants took over in 2014 and issued an ultimatum to residents: pay a tax, convert to Islam, or die.
Most of its population of 50,000 fled - the latest chapter of a history that dates back two millennia to the start of Christianity in Iraq and which has become increasingly beleaguered over the past decade.
Iraqi forces retook Qaraqosh about a month ago in the early stages of their campaign to drive Islamic State out of Mosul and terminate the group's self-styled caliphate, but it may be too late to reverse the decline of Iraq's Christian minority.    
Displaced residents venturing back to assess the damage say they will not live in Qaraqosh again unless they get compensation and guarantees of protection from the international community.
A few are being brought back in coffins to be buried beneath their home town, spared the sight of destruction.  
Qaraqosh has been ransacked by the militants, who stole everything of value - televisions, washing machines, fridges - to distribute to their followers or sell for profit.
Some houses have been torched, either to create a smokescreen against coalition aircraft bombing Islamic State in support of Iraqi forces, or apparently out of spite.  
"It's worse than we expected," said teacher Wisam Rafou Poli, trying to exorcise the militants who occupied his house by emptying its entire contents onto the street to be burned.
Amongst the debris was a militant's underwear and the lid of a box of ammunition for 120mm mortars labeled: "The state of the caliphate. Committee for military development and manufacture; department of explosives."
"I cried when we entered the house," said his wife Zeena, comforting their young daughter, who was mourning her favorite doll, found filthy and ripped.
   
BOMB FACTORY
Nearby, Saad Behnam Batous found his home had been turned into a bomb factory.
A chemical smell pervades the house and in the living room were ingredients for making explosive devices: buckets of fertilizer ground to a fine powder and a saucepan full of door hinges, presumably for use as shrapnel.  
In every house, the contents of wardrobes and drawers are dumped on the floor - evidence of the militants' search for hidden valuables.
They did not find the 12 million dinars ($10,000) that Kheder Abada buried in a pile of earth on the roof of his home before fleeing, but the elements did, reducing his savings to a worthless pulp.
The plasma screen for which Abu Maryam paid $1,600 is gone, but the militants left his old television behind, sitting on a table exactly where it was when he abandoned the town that August night in 2014.
Asked how he felt when he saw his house again, words failed him and a lump rose visibly in throat: "Rage," he managed eventually. One of his sons made the perilous and illegal journey by boat to Europe this year and is living in Germany, having lost hope in Iraq.   
In the years after Saddam fell, Christians became a target for insurgents, and many sought refuge in Qaraqosh including Dhia Roufa, who used to live in Mosul but fled when militants threatened to kidnap his daughter in 2006.

Even if it were safe to return to Qaraqosh, Roufa and others said they did not have the means to rebuild because their livelihoods are destroyed and their savings spent.
"I am 64 years old. If I were young I could start again, but at this age what can I do?" Roufa said. "We (Christians) have no future in Iraq."
Makeshift wooden crosses have been raised above Qaraqosh's churches, replacing those torn down by Islamic State.
In one church, a statue of Jesus remains, but has been decapitated. Pages from bibles in Aramaic - the language spoken by Jesus - litter the floor. 
The shutters of shops on the main street have been daubed with Islamic State slogans and signed by fighters whose names indicate some came from Dagestan and Chechnya.     
Written in red on the wall of a plundered electrical shop are the words: "By God, we will break your cross".
(Editing by Patrick Markey and Giles Elgood)

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